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venerdì 26 settembre 2014

Angolo al Veleno - Quando l'amore si trasforma in odio





Benvenuti nel rigurgito fresco fresco di un’anima avvelenata. Ebbene, la vostra Crudelia torna eccezionalmente a vomitare un po’ di vetriolo a caso, così, giusto perché è da troppo tempo che non lo faccio. Ma non prendeteci l’abitudine, questa è davvero un’eccezione.
Dunque, è passato un bel po’ di tempo dal mio ultimo piatto letterario inacidito, e sono successe tante cose – troppe, per i miei gusti - che mi hanno portata a covare un odio incredibile verso il mondo del Self Publishing, in cui mi sono ingenuamente infilata con le mie mani piena di sogni e speranze. Ho “incontrato” persone e assistito a cose che voi aspiranti non potete nemmeno immaginare. Ma partiamo con ordine.

I FALLITI FRUSTRATI

Per me il fallito non è chi vende poche copie [perché quella è anche un po’ questione di c**o e di sapersi fare pubblicità, intendiamoci], ma chi non sa scrivere e non vuole ammetterlo. Vorrei che la gente si mettesse in testa che non bastano un foglio e una penna per dirsi scrittori, così come non basta schiamazzare sotto la doccia per dirsi cantanti. Ci si può migliorare, indubbiamente, e nessuno ha la pretesa (spero) di credere di essere già al 100% della propria abilità. C’è da rendersi conto, però, che di fondo ci vogliono anche due cose INDISPENSABILI: una buona conoscenza della propria lingua (in questo caso l’italiano) e, sì, anche il talento. Non basta sapere solo la lingua, o avere buone idee che poi non si riesce a sviluppare: bisogna avere entrambi. Punto. Fine. Fatevene una ragione.
Badate che, per conoscenza della lingua, non intendo “non fare mai errori”, perché i refusi e i dubbi linguistici capitano. Se, però, in mezza frase mi ritrovo già tempi verbali buttati a ca**o, punteggiatura che sembra un optional o peggio un motivo decorativo, e soprattutto una piattezza lessicale da far invidia a una prima di reggiseno, per favore evitatevi la brutta figura. E, soprattutto, evitate che chi sta fuori s’imbatta in casi umani simili che, inevitabilmente, finiranno per gettar fango su tutta la categoria (perché, sì, non prendiamoci in giro, è facile fare di tutta l’erba un fascio).
Sulle idee, invece, non mi dilungo. Vi invito a rileggere i vecchi post “al veleno” per farvi un’idea.
A voi, che vi credete scrittori incompresi perché ricevete solo critiche e zero apprezzamenti, che alla minima critica cominciate a impazzire invece di chiedervi “ma perché mi avranno detto così? Magari hanno ragione” ho un favore da chiedere: LASCIATE IN PACE IL SELF PUBLISHING. Anzi, lasciate proprio in pace il modo editoriale (evitate di rimpinguare le tasche delle EAP, che vivono di “scrittori” del genere), non fa per voi. E no, i commenti super positivi di amici e parenti non contano, però mi sembra superfluo stare a spiegare il perché.

I PERMALOSI

Se siete bravi, se avete un minimo di talento (seppur con tanti angoli da smussare, del resto nessuno nasce “imparato”), fidatevi che chi non vi conosce non si farà problemi a dirvelo. Così come non si farà problemi a dirvi se c’è qualcosa che non va. Le critiche, i suggerimenti, non sono offese alla vostra persona, anzi! I lettori sono i migliori editor del mondo, ricordatevelo, perché in soldoni sono loro che vi trasformano in casi letterari o che comunque sganciano volentieri la grana per seguire le vostre carriere, quindi sturatevi le orecchie e ASCOLTATELI. Ma davvero credete che nessuno si sia mai visto sbattere in faccia qualche porta (magari nemmeno troppo gentilmente)? Se vi aspettate di pubblicare la prima (ma anche la millesima) cosa che scrivete senza ricevere critiche, forse dovreste farvi un esame di coscienza. E ve lo dico io che, di critiche, ne ho ricevute e ne ricevo tutt’ora, ma sono contenta. Sapete perché? Perché significa che chi mi legge presta attenzione a ciò che ho scritto, che è obiettivo nel giudicarmi e che, quindi, non potrà far altro che aiutarmi a migliorarmi e a lavorare sui miei punti deboli. Quando mi hanno massacrato Powers per la quasi totale assenza di descrizioni (di cui ero consapevole, e purtroppo è un grosso problema che ho), invece di piagnucolare come una poppante, mi sono rimboccata le maniche e ho rivisto il testo. E ho intenzione di rivederlo ancora, e ancora, e ancora, finché nei commenti non troverò più quell’odiosa nota “forse dovresti descrivere di più” (sappiate che vi odio tutti xD).

LE RECENSIONI A PAGAMENTO

Perdonatemi, ma io non riesco a concepire l’idea di pagare per essere recensiti. O meglio, lo capirei se a recensirmi fosse un noto critico letterario che, per giudicare il Pino Cammino di turno, vuole quantomeno vedersi ripagare il disturbo. Sapete, no, poter saltellare in giro sbandierando l’articolo scritto da Dante Alighieri in persona, il quale mette a nudo pregi e difetti del vostro lavoro, direi che fa abbastanza curriculum.
Non lo capisco se a chiedere soldi è il blog sconosciuto fondato da un lettore a caso, o peggio quei fastidiosi elementi che ti contattano privatamente offrendoti millemila servizi in cambio di “piccole offerte” per ricambiare il “favore” [che ti propongono loro, non chiedi tu, quindi già vedete voi la serietà della cosa]. Non so, la professione di “recensore a pagamento” mi sembra un po’ un controsenso, tanto vale avvalersi di un agente letterario, a questo punto.

LO SPAM SELVAGGIO

Sì, sì, lo so cosa state pensando. E fondamentalmente avete ragione, credetemi, però io credo che si sia arrivati a un punto in cui la cosa sta diventando controproducente. Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, ha sbuffato di fronte a una pubblicità televisiva o alle mille richieste di giochini idioti su Facebook. Su, su, non fate gli ipocriti: alzate TUTTI le mani.
Ebbene, io sto cominciando a provare lo stesso sentimento nei confronti dello “spam letterario”. Intendiamoci, il self vive essenzialmente di spam (nel senso che, autonomamente, quindi senza passare per blog etc… un autore spamma il link al proprio libro più o meno ovunque) e fin qui nulla di male. Se, però, lo spam si trasforma in “stesso messaggio postato OVUNQUE giornalmente, più volte al giorno, spesso anche via privata e con tanto di evento Facebook”, immaginate come ci si senta a SUBIRE questa cosa da parte di più autori contemporaneamente. Lo capite, vi sembra divertente? Non lo è, affatto, e se già il lettore medio è scettico a cercare libri tra i self, immaginate la sua reazione (ma anche quella dei colleghi non spammoni, s’intende) di fronte a una giungla simile. Se non ci prende per dei rompi*** è già tanto.

IL BOICOTTAGGIO

Mi duole dirlo, ma sì, purtroppo esistono anche queste cose nel mondo Self. Perché non basta doversi fare un mazzo per scrivere un buon libro, pubblicizzarlo un po’ (senza risultare pedanti, ma sperando di vendere almeno qualche copia) e tremare in attesa delle recensioni. No, ci si mettono pure i simpatici no lifer di turno (spesso appartenenti alla categoria dei “falliti” per vendicarsi di un torto subito, o anche solo di autori invidiosi di chi vende “tanto” per bloccare il flusso di lettori nella direzione scomoda). Esattamente, “bambini dell’asilo” è la stessa espressione che è venuta in mente a me.
Come si boicotta un autore, dunque? Principalmente ho assistito a due metodi: le segnalazioni su Facebook e le false recensioni sugli ebook store.
Ebbene, non sto scherzando, qualche genio è arrivato a segnalare pagine e PROFILI PERSONALI di autori, con il semplice scopo di farli rimuovere da Facebook. Che dire, un plauso alla maturità mentale di tali individui.
Poi ci sono i simpaticoni che scrivono recensioni a una (due, quando sono buoni) stellina piene di offese più o meno gratuite, commenti negativi sempre vaghi e mai approfonditi (segno che, forse, il libro non lo hanno nemmeno letto), spesso e volentieri sgrammaticate all’inverosimile (della serie “tu non sai scrivere, e a dirtelo sono io che in italiano prendevo 2”) e generalmente non più lunghe di due-tre righe. Si tratta delle cosiddette “false recensioni”, da non confondere con le recensioni “critiche e costruttive” [riconoscibili dal fatto che fanno riferimenti specifici a eventi/frasi del testo, quindi dimostrano quantomeno di averlo sfogliato]. Su amazon, per esempio, è possibile vedere lo storico delle recensioni degli utenti, quindi basta fare due+due e vedere il livello “standard” di recensioni di quel dato lettore: se generalmente scrive papiri, e all’improvviso butta giù mezza riga, forse forse il dubbio viene.


Che dire, non so quando tornerò a vomitare bile al vetriolo, forse mai o forse presto. Comunque, mi trovate nella rubrica cosplay e anche negli store e sui social network, se volete. Grazie ancora per aver letto questo mattone, auguro a tutti voi buon selfpublishing, e spero non vi ritroviate mai nelle situazioni snervanti sopracitate.

Vostra Crudelia

lunedì 15 settembre 2014

Angolo al Veleno - Quello Sporco Cent Parte 2




Salve a tutti. Ricordate lo scorso articolo? Quello in cui sono andata di palo in frasca riguardo i prezzi degli e-book, il disboscamento per le notifiche dei bonifici e le strategie pubblicitarie? Quella era solo un’introduzione, da oggi in poi spenderò qualche parola in più sugli argomenti singoli. Oggi voglio parlarvi delle strategie pubblicitarie.
La pubblicità è tutto. Vale più del talento, più del migliore dei libri, di qualsiasi genere. Non scherzo. Una pubblicità fatta come si deve è in grado di farvi comprare merda e farvi credere che sia oro. Non ci credete? Vi faccio un esempio: tempo fa acquistai da un noto sito di “affari” on-line un apparecchietto elettrostimolatore con il 75% di sconto, di quelli che su merdasciopping (non facciamo nomi) fanno vedere attaccati alle pance extra-levigate/extra-muscolose di modelli che possono dimagrire solo le ossa. In tv i muscoli dei modelli, grazie all’impulso elettrico, si contraevano come in un concentrato di 100 addominali in un secondo. Ho aspettato quel benedetto pacchetto con trepidazione, convinta che, col 75% di sconto, avessi fatto l’affare del secolo; quando ho aperto l’involto, mi sono ritrovata tra le mani un giocattolino, e l’impulso elettrico sulla panza non lo sentivo nemmeno. Gabbata dalla pubblicità.
Ecco, per i libri vige la stessa regola: se hai alle spalle una CE famosa che ostenta la vendita di un milione di copie il primo giorno d’uscita e ti schiaffa la pubblicità in tv dicendo che è il libro del secolo, il bestseller è assicurato. Poi lo compri e ti prendi a schiaffi da solo. Ma non andiamo troppo oltre, veniamo a esempi più “terra terra”.
Noi siamo selfpublishers. Ok? Ok.
Non ci caga quasi nessuno. Ok? Ok.
Chi tra i selfpublishers vende di più, a parte qualche raro caso di talentuosi fortunati? Chi ha alle spalle amici influenti (blogger e quant’altro) che hanno apprezzato il loro lavoro e li pubblicizza, e chi ha il tempo per dividersi tutto il santo giorno tra i millemila social network che ingombrano la rete.
Chi non ha né gli uni né gli altri si attacca. A meno che non abbia un sedere grande quanto una capanna, tanto da rientrare tra i talentuosi fortunati.
Il tuo libro può essere potenzialmente il più bello sulla faccia della terra, ma se nessuno conosce te e/o il tuo libro, nessuno lo comprerà mai, e potrai dire addio alla catena di passaparola “ohmaquantoèbelloquellibromaronna”. Magari lo vorranno leggere se glielo regali, sempre contando se sei disposto a rinunciare a un minimo di ricompensa per i mesi spesi a smadonnare al pc tra testo, correzioni, copertina, eventuale booktrailer e compagnia bella. Mesi a sputare sangue, tanto per essere riduttivi.
E vogliamo parlare delle recensioni? Le recensioni aiutano, ma ottenerne di “genuine”, da lettori volenterosi che, dopo la lettura, hanno sentito l’impulso di condividere il loro parere con il mondo, è un’impresa. Vuoi una recensione? Vatti a cercare i blogger e aspetta qualche mese, condividi il tuo pdf su facebook in gruppi di recensori con la bava alla bocca alla ricerca di libri gratis (e rischia di vederlo piratare), oppure, semplicemente: PAGA. È la via più facile e veloce.
Se non hai fortuna, se il tuo libro è mediocre, se non hai amici influenti, se non hai tempo di pubblicizzare il tuo libro, se se se...
Comprati una Casa Editrice. Farai prima.

Questo articolo Vi è stato offerto da Maddalena Cioce, autrice di “Forgotten Times - La Redenzione dei Dannati”, “Le Cronache di Ériu - La Faida” e “I Sussurratori” (in prossima uscita). http://tinyurl.com/maddalenacioce


lunedì 16 giugno 2014

Angolo al Veleno › Quello sporco cent



Un paio di mesi fa ho ricevuto una raccomandata da Poste Italiane, chiaro sintomo che mi è stato fatto un bonifico, o che un introito qualsiasi ha rimpinguato il baratro sconfinato del mio conto corrente. Prendo trepidante la busta tra le mani, la apro con la grazia di un elefante, con l’indice che si fa strada strappando e lacerando lungo il bordo più lungo - mio marito mi dice sempre di tagliare quello più corto e sfilare la carta dall’interno, ma io persisto nel mio aprire “alla vikinga”-, finalmente agguanto la notifica, la apro con le palpitazioni e...

Vi comunichiamo che in data **/**/2014 è stato accreditato sul vostro conto Bancoposta il bonifico Disposto da Amazon.it (ecc ecc)
Importo - Euro 1,99

Non posso descrivervi la mia espressione in quel momento. Anzi, posso, ma ve la lascio immaginare. La nostra Crudelia avrebbe detto: «Da fuq?!» Io sono ammutolita, l’ho solo pensato, e mi son detta: «E tagliano un albero per notificarmi la bellezza di uneuroenovantanovecentesimi?!»
Quando il mese successivo mi sono vista arrivare un altro bonifico con l’importo di 1,98 euro, è calato il silenzio e ho visto passare davanti a me il famoso “covone di paglia del far west”.
Spieghiamo ora l’accaduto: 1,99 euro significa che ho venduto su Amazon una copia random di uno dei miei romanzi al prezzo di 2,99 euro, con le royalties impostate al 70%, il che significa che, se avessi messo i romanzi in promozione a 0,99 euro, con le royalties al 35%, mi sarei vista arrivare un bonifico ancora più succulento da 0,35 cent. Oltre il danno la beffa.
Non mi fraintendete. Questo pezzo non è una mia elaborata lamentela sulla scarsità delle mie vendite -ho messo in pausa la pubblicità, che conta più del talento nel campo editoriale, ma di questo vi parlerò nel prossimo articolo -, ciò che voglio mettere in (cattiva) luce è la questione del prezzo dei romanzi degli autori autopubblicati. 
Tutti sappiamo che i romanzi self sono disponibili sul mercato a prezzi irrisori che vanno dagli 0,89 euro circa fino ai 2,99 euro. Qualche impavido osa qualche centesimo in più, ma la maggioranza ha optato per il prezzo autoimposto di 2,99. E perdonatemi le cifre, ma questo non è un romanzo.
2,99 perché? Semplicemente perché 2,99 non suona come 3,00 euro, sembra di meno, quando in realtà c’è solo un centesimo di differenza. Un centesimo che FA la differenza. Quanti di voi hanno comprato una tv, o un pc, o uno smartphone, hanno visto il prezzo, buttiamola lì, di 999,99 euro e si son detti: «Dai, non è sui mille, è sui novecento, lo prendo»? Sono strategie di marketing, molto, molto stupide, ma funzionano sul 90% della popolazione. Non voglio insinuare nulla.
Quindi, ricapitolando, 2,99 euro non sono 3,00 euro. E io sono Licia Troisi.
Se con quei 2,99 euro possiamo comprarci a malapena il caffè al bar, SENZA cornetto, vediamo un po’ cosa possiamo fare con quell’infimo centesimo.
Possiamo comprare il bicchiere d’acqua da accompagnare al caffè? Ah, no, quello costa 0,50 cent.
Possiamo prendere una caramella per il calo insulinico susseguente allo shock di aver ucciso una sequoia per un bonifico da 1,99 euro? Eh no, quella ne costa minimo 0,10.
Una cosa possiamo farcela: possiamo grattarci la testa, così non rimarranno tracce di cuoio capelluto sotto le unghie.
Non sia mai che CSI decida di analizzarle e scopra che non ci stavamo affatto grattando la testa.
Il caffè è droga e lo zucchero vi fa ingrassare. E poi, pensate a quei poveri chicchi da tostare, non vi fanno pena?

Comprate un romanzo self, risparmiate un caffè.



...Continua...
Maddalena


Maddalena Cioce la trovate qui:

http://tinyurl.com/maddalenacioce

martedì 4 febbraio 2014

Angolo al veleno: Autopùbblicati! È più facile!



Autopùbblicati! È più facile!

Risposta alla domanda: ‘Sei sarcastico, vero?’ : sì.
Scrivere un libro è la parte più facile - oserei dire che scrivere un libro è la parte ‘marginale’ - dell’autopubblicazione. Il bello arriva dopo: occupati da solo di rimediarti un buon editor e qualcuno che abbia una minima idea di come si fa una copertina (ovviamente pagali di tasca tua, con soldi veri, eh!), organizza una rete di beta readers che dia la caccia a svarioni e refusi vari, va’ in pasto al mercato, fatti da solo la pubblicità, la promozione, inventati qualsiasi modo per portare le persone a leggere il tuo libro, anche prendendo i potenziali lettori uno per uno e tirandoli dentro con la forza. Prova a fare lo spam, accorgiti di quanto sia inutile e deleterio, mettiti a scrivere articoli per alzare un dibattito, va’ a caccia di recensioni (ben sapendo che quelle positive potrebbero non portarti un solo acquisto in più, mentre quelle negative ti faranno sicuramente perdere qualche possibile cliente), affronta l’esercito di balubba di vecchia data che ripeteranno in continuazione una frase a scelta presa tra le seguenti: chiunque può autopubblicarsi, quindi meglio investire il mio danaro in un autore pubblicato, come Fabio Volo \ devi crescere all’interno di una casa editrice tradizionale, avere una guida, altrimenti non arriverai mai ad avere la qualità di molti autori pubblicati, come la Littizzetto \ perché leggere un autopubblicato, quando posso leggere sia Fabio Volo che la Littizzetto? Affronta persino quelli che iniziano a confrontare i libri di Tolkien o Martin, che probabilmente non hanno neanche letto, con il tuo, che sicuramente non hanno neanche letto. Affronta i pregiudizi e gli stereotipi, soprattutto attieniti alle etichette che ti hanno attaccato addosso se non vuoi incorrere nella rabbia degli stessi che te le hanno attaccate addosso (lo so, questa era un po’ difficile). Affronta quelli che useranno contro di te parole delle quali non capiscono il senso (la maggior parte delle volte termini anglosassoni), affronta quelli che, senza un’apparente ragione, vorrebbero far assomigliare il tuo libro alle boiaccate che leggono, quelli che travisano le tue parole perché sono troppo impegnati ad ascoltare la propria voce, quelli che non sanno neanche di cosa stanno parlando ma si credono in condizione di superiorità perché sei tu quello caduto così in basso da pubblicare qualcosa (dopotutto chi non scrive, fa, dice o realizza qualcosa nella propria esistenza è sempre un potenziale genio in confronto a chi si mette in gioco. Ma, ehi, ho una pessimerrima notizia per voi: forse il mondo, che non sempre premia i secondi, mai premia i primi!) Affronta i moralisti, gli idealisti o, peggio ancora, quelli che semplicemente ignorano il mondo nel quale vivono.
Pensi sia finita? Che regazzino: la miglior forma di promozione è scrivere un altro libro, quindi ripassa dal via e fai tutto da capo con ancora più entusiasmo! Ovviamente adesso avrai anche attirato l’attenzione di qualcuno che si divertirà a scriverti una (non)recensione-bomba sotto la sedia (le recensioni false e dettate dal solo odio, che si riconoscono perché sono totalmente decontestualizzate, del tipo: ‘pessimo libro, davvero scritto male. Non leggerò il prossimo’ valido per qualsiasi opera od operetta, dal Satyricon di Petronio fino all’ultimo romanzo autopubblicato dieci secondi fa su Amazon Brazil) e questo senza contare i polemici di professione che, data l’inesauribile fame del loro ego, ti riempieranno il profilo Facebook di flame, approfittando di un qualsiasi tuo post, anche del genere: ‘Uh, il costo della benzina è salito, che disdetta!’ per commentare: ‘pessimo libro, davvero scritto male. Non leggerò il prossimo’. Affronta oltre a questi i professionisti dell’editoria tradizionale, quelli delle grandi e grosse case editrici – che semplicemente non capiscono che noi siamo figli e vittime del loro fallimento – i quali, sotto mentite spoglie, cercheranno un qualsiasi modo per tagliare le gambe a te e ai tuoi colleghi.
E se riesci a vendere qualcosa? Se riesci persino a scalare la classifica Amazon? Ah, il bello arriva solo ora! Ritrovati a contrastare l’esercito di leccapiedi, approfittatori, invidiosi, spammer, vucumprà ed elementi poco raccomandabili del mercato editoriale ufficiale o ufficioso, quelli che salgono sul tuo treno senza biglietto, il gatto, la volpe e mangiafuoco, i dotti i medici e i sapienti e, probabilmente, anche Fabio Volo che indossando barba e baffi finti ti ricorda la necessità di crescere all’interno di una casa editrice seria.
La soluzione? Puoi sempre provare a tradurre il tuo libro in inglese e tentare il piatto ricco di amazon.com. Sul serio, niente di più facile. Rimediati un traduttore, uno rigorosamente madrelingua che abbia una minima idea di come si traduce un romanzo senza distruggere totalmente la voce dell’autore (vi prego, non ci provate neanche a trovare un traduttore che non sia madrelingua inglese, vi scongiuro, né a farvi la traduzione da soli, avanti, risparmiatevi una figura di eiezioni) ovviamente fatti fare, e spesa, l’editing anche di questo (la copertina già c’è vero? Chiedi solo al tuo copertinista di aggiungere la scritta in inglese e vedi se non ti chiede il sovrapprezzo), il tutto condito da una promozione sui social, sui blog od ovunque capiti in una lingua che non è la tua (e dove ti attaccheranno in una lingua che non è la tua).
Fatto? Adesso aggiungi anche un lavoro per pagare le bollette, una casa da mantenere in standard igienici da paese occidentale, una famiglia, degli amici e il pieno della macchina e
KataBOOOOOOMTREPUNTIESCLAMATIVI
Se non sei pronto a tutta questa inesauribile dose di facilità e felicità, fatti, e facci, un favore.
Cercati una casa editrice.


Scritto da Walt Popester. Da’ un’occhiata qui: http://tinyurl.com/Walt-Popester-Dagger

martedì 17 dicembre 2013

Angolo al veleno: L'inutile et dannosa pratica de la flame war.


L’inutile et dannosa pratica de la flame war.

Ogni scrittore autoprodotto che si rispetti utilizza facebook per un duplice scopo: mantenersi in contatto con il manipolo di fedelissimi e ostinati lettori e, quando possibile, conquistarne di nuovi. Generalmente posta il link al sito dove è possibile acquistare o scaricare il romanzo sulle pagine dove è riuscito a trovare lo spazio dedicato, cercando di instaurare una discussione che riguardi il genere del libro, i suoi contenuti, gli eventuali punti di rottura con la tradizione e per quale motivo la gente dovrebbe ‘accattarselo’.
Ora, nello svolgere questa pratica, probabilmente la più necessaria et difficile et noiosa nella vita di uno scrittore sgomitante, capita spesso di incappare in simpatici soggetti il cui unico scopo è buttarla in ‘caciara’ con un bel ‘flame’!
Ora, cos’è il flame, questo piccolo sconosciuto? Generalmente un messaggio deliberatamente ostile, una volgare dimostrazione di ostilità, che l'impenetrabile, inattaccabile schermo interstellare costituito dal monitor del proprio strumento di comunicazione rende sin troppo facile a chi, magari, passa la vita reale a non cercare conflitti con gli altri esseri umani. Perché lo fanno, codesti soggetti simpatici quanto la vecchia del piano di sopra che cammina senza pantofole, o come quelli che ti sorpassano in auto per poi rallentare a 15 km\h? Probabilmente per carenza cronica di affetto. Dopo secoli sono arrivato a questa amara conclusione. Quella, oppure una dose inesauribile di tempo libero che deve comunque essere impiegata in qualche modo. Dopo anni di studi ininterrotti, i ricercatori Pampers hanno scoperto che il miglior modo di gestire un flame è ignorarlo, non rispondere con un secondo flame, del tipo: 'Sarà pure così, ma io so cosa ha fatto tua madre la scorsa estate! E dicono che le tue ascelle nascondano qualcosa!'. Altrimenti le conseguenze potrebbero essere catastrofiche per l'intera umanità. Potrebbe scoppiare una FLAME WAR, ossia un buco nero del mondo virtuale che assorbe energie e tempo a tutti i partecipanti e persino a chi assiste.
Tipica potenziale situazione da flame war su facebook:
1) Il soggetto in esame numero uno scrive un post generico sul proprio romanzo (o anche su un qualsiasi altro argomento, eh, perché la cosa è pandemica!), generalmente dopo aver chiesto al proprietario della pagina di poter pubblicare il suddetto.
2) Il soggetto numero due, generalmente stitico e non conoscendo affatto ciò di cui stai parlando, si riserva comunque il diritto di buttare lì quattro commenti acri, addolcendo spesso il tono acre delle sue non parole con una combo mortale di faccine sorridenti, leggermente più smielate della puntata più inconcludente di Peppa Pig.
3) Il soggetto numero uno risponde che il mondo è vario, de gustibus, chitammuort' o simili.
4) Il soggetto numero due, (e Ktisis ci salvi se entra in gioco un soggetto numero tre!) dice che l’altro è acido. Faccina sorridente.
A questo punto la discussione può prendere strade diverse. O un diluvio universale di faccine sorridenti poco meno grottesche della famiglia di Jason in ‘Venerdì 13’. O morire lì nel nulla. Oppure tre... ha inizio una flame war. Dicesi flame war quella pratica neotribale attraverso la quale due o più persone cercano di darsi la morte telematica a colpi di Caps lock, dove non importa cosa dici, tanto la risposta dell’altro sarà comunque tanto scontata che avresti potuto scriverla tu stesso semplicemente IMMAGINANDOTI cosa ti saresti risposto, e inoltre così spropositata da dar luogo a una tua risposta che, PER FORZA DI COSE, dato che l’intero mondo sta guardando, dovrà essere ancor più acida, ancora e ancora, fino alla morte di uno dei due contendenti per acidosi metabolica.
La tristerrima pratica del flaming ha portato a due conseguenze: uno, diverse persone provano un terrore puro e incondizionato nell’esprimere una qualsiasi opinione personale (Non oso dire ‘mettersi in gioco’ perché questo riguarda il MONDO REALE) temendo che qualcuno, tornato recentemente da un viaggio in medioriente, abbia ancora la sabbia incastrata tra le chiappe e sfoghi su di lui tutta la propria impotente frustrazione, indipendentemente dall’argomento trattato. Due, la mancanza di opinioni personali è, oltretutto, addolcita da una serie nauseabonda, vomitevole, riprovevole, Andreottiana di faccine sorridenti poste lì ad addolcire il nulla o, nel caso, NEL CASO, siano usate opinioni personali troppo decise, poste lì a manifestare aperta non belligeranza. Del senso ‘Io la penso così, ma non è colpa mia. Scusascusascusa! Faccina sorridente’.
Così, abbiamo creato negli ultimi anni una rete dove non viene detto assolutamente nulla, blog dove si frigge l’aria, forum che dovrebbero essere intitolati: ‘Fellatio reciproca degli utenti più anziani e sadomasochismo nei confronti dei nuovi iscritti per iniziarli ai misteri della notte’. Dove non puoi neanche dire ‘Uh ma che bella giornata’ per paura che qualcuno ti ricordi le regole del forum o, appunto, dia origine a una flame war. UNA FLAME WAR! (tuoni e fulmini).
Cosa fare per contrastare il dilagare di questa pratica? Esprimersi, sempre e comunque. Senza faccine sorridenti e soprattutto senza quella scabrosa pratica di mettere i 'mi piace' a qualsiasi commento precedente, anche a quelli che, sostanzialmente, ti mandando aff***ulo. Arriva un flame? Calma. La miglior risposta ce la suggeriscono i Griffin: 'Reginald?’ pausa. ‘Non sono d'accordo!' e sgommate via.
Sono convinto che tra mille anni, se l’umanità sopravvivrà all’adolescenza tecnologico-industriale che ci sta massacrando il mondo sotto i piedi, diversi studiosi si occuperanno di questo fenomeno, cercando di capire quali leggi dettarono un tempo la scomparsa dell’opinione personale in quanto non gradita per il quieto vivere dell’umanità.
Quando all'opinione personale, che regola la storia del mondo direttamente o indirettamente, si è sostituita il pacifico totalitarismo del non pensiero.
Sul serio, penso davvero che sia un problema più grande.
Quindi mai, e ripeto mai, fare il gioco dei flamer. Essi vogliono solo la vostra anima e riempire il mondo di vuoto. Le conseguenze potrebbero essere disastrose per voi e per i vostri figli, e per i figli dei vostri figli. E per il settimo figlio del vostro settimo figlio.
Scrittore avvisato...


A cura di Walt Popester. Se ti è piaciuto, prova: http://tinyurl.com/Walt-Popester-Dagger

martedì 3 dicembre 2013

Angolo al veleno: congiuntivo questo (s)conosciuto


Ciao a tutti e bentornati nell’angolo al veleno della vostra Crudelia!
Questa volta non voglio tediarvi con noiosi articoli su “come descrivere/cosa scrivere/come essere originali etc…”, ma voglio soffermarmi su un elemento IMPRESCINDIBILE della scrittura: la grammatica. In particolare, oggi voglio parlarvi del Congiuntivo.
Fino a qualche anno fa, era raro imbattersi in persone che lo conoscessero. Alcuni credevano che si trattasse di una terribile malattia incurabile, altri pensavano che fosse un lontano parente di Freddy Krueger che andava a tormentare in sogno i bambini. Negli ultimi anni, invece, questi miti sono stati progressivamente sfatati, ma ne sono sorti altri! Eh già, perché ora un’orda di famelici scrittori se n’è impossessata e ha cominciato a cagare congiuntivi a destra e a manca, PURE DOVE NON CI VANNO!!! L’indicativo e il condizionale sono venuti da me a piagnucolare, nel tentativo di recuperare la loro dignità perduta, e io non ho potuto esimermi dal raccogliere la loro segnalazione.

Andiamo con ordine. Quando si usa ‘sto benedetto(?) congiuntivo? Il congiuntivo è il modo della possibilità, del dubbio e dell’incertezza. Si usa con tutti quei verbi che esprimono un’opinione personale, una probabilità o un desiderio. Insomma, sostanzialmente è un modo SOGGETTIVO [nel senso di legato direttamente al soggetto, e quindi non universalmente riconosciuto]. L’indicativo, invece, è un modo OGGETTIVO, e si usa con tutto quei verbi che esprimono concetti oggettivi, universali, non opinabili e REALI. Il condizionale, infine, è il modo delle condizioni, delle “concatenazioni” [se X, allora Y], e viene spesso [ma non sempre] utilizzato in combo con il congiuntivo.
Vediamo qualche esempio pratico:

-Sono certa che Harry sia un babbano.

Molti di voi, leggendo questa frase, non ci avranno visto nulla di male. BRAVI SOMARI! È un errore bello e buono! Tanto è inutile che ora tentate di giustificarvi dicendo “ma tanto io questo errore non l’ho mai fatto”, perché con buone probabilità lo avete fatto :D. Lo dico perché è vero, errori simili li ho letti spesso in libri autopubblicati e non.
La frase corretta è “sono certa che Harry è un babbano”.
Non è che se una subordinata/coordinata è introdotta dal “che”, allora ci dovete piazzare un congiuntivo random perché “con il che ci va il congiuntivo”. Eh no, mi dispiace tanto deludervi [o forse no? :D] ma non funziona così. Se il verbo che introduce la subordinata/coordinata esprime CERTEZZA [“sono certa” esprime certezza, anche se poi magari la certezza del soggetto è errata], NON ci potete mettere un congiuntivo dopo. Ma proprio no.
INVECE, se la frase fosse stata:

-Ero certa che Harry fosse un babbano, ma ho scoperto che non è così

in questo caso l’uso del congiuntivo è giustificato dall’avversativa introdotta da “ma” [cioè, il soggetto era certo di una cosa, ma IN QUELLA STESSA FRASE esprime invece di essersi sbagliato, e quindi “smonta” la sua certezza].
Altro esempio che mi fa venire voglia di cavarmi gli occhi:

1)Pensavo che Harry avrebbe ucciso Voldemort.
2)Pensavo che Harry avesse ucciso Voldemort.

Le due frasi possono apparire simili, ma in realtà esprimono due concetti TOTALMENTE diversi [e sì, pure questo è un errore che, ahimè, vedo fare spesso].

1) La frase indica un’azione che si sarebbe dovuta verificare in un “futuro nel passato”, ma che poi non è avvenuta.
2) La frase indica un’azione che si pensava essere avvenuta in passato, ma che poi si scopre non essere accaduta.

È inutile che ci mettete il congiuntivo perché c’è il “che”, quando poi volete dire tutt’altro. Il congiuntivo non è Dio, non è onnipresente, e va usato con una certa delicatezza. L’esempio qui sopra raggiunge il culmine dello schifo quando la subordinata è introdotta da “se”:

1)Mi chiedevo se Harry avrebbe ucciso Voldermort.
2)Mi chiedevo se Harry avesse ucciso Voldemort.

Già, ho usato un CONDIZIONALE con un “se”, blasfemia lol.

1) Voldermort è ancora vivo, e il soggetto si chiede se Harry lo ucciderà mai.
2) Il soggetto non sa se Voldemort sia effettivamente morto, oppure sa che è morto ma non sa se sia stato Harry o qualcun altro a ucciderlo.


Vedete anche voi che c’è differenza, vero? Bene, se avete già scritto qualcosa, vi consiglio VIVAMENTE di andare a rileggerlo, perché tra molti dei vostri scritti emergeranno errori simili. Sì, è inutile che dite che non è vero, io lo so che è così perché è un errore in cui mi sono imbattuta spesso.
Per oggi la chiudo qui, di sicuro riprenderò l’argomento grammatica/sintassi e vi distruggerò ancora di più l’autostima xD.

Vostra Crudelia :)

martedì 26 novembre 2013

Angolo al veleno: in difesa dell'uomo ragno.


IN DIFESA DELL'UOMO RAGNO


Solitamente quando scrivo ho bisogno di rumori o ronzii di sottofondo, trovando il silenzio un pessimo compagno di scrittura. Metto il volume della televisione non troppo alto, nè troppo basso, e scrivo. Con il mio inconscio questo metodo funziona; libera i canali e i flussi di energia che il silenzio tende a deviare o imbrigliare.

Tuttavia ci sono delle volte, purtroppo sempre meno rare, in cui il fetido elettrodomestico se ne esce con qualche boiata pazzesca che PAM! parte a mo' di freccia per conficcarsi nelle mie cervella, spezzando l'equilibrio difficilmente raggiunto. Ultimamente capita sempre più spesso di sentire determinate boiate anche su Raitre, che ritenevo una felice riserva indiana dove far cavalcare quel poco di cultura misteriosamente sopravvissuta nel mondo catodico. 'Che tempo che fa' di Fazio è sempre stato un buon ronzio di sottofondo, come dicevamo, eppure il malevolo destino ha deciso di compromettere anche questo, a suo modo utile, strumento. Da qualche tempo, infatti, al termine della puntata della Domenica c'è il collegamento con Masterpiece, il talent culinario che si è posto l'obiettivo di trovare il nuovo Favio Bolo. Ora non affronterò MAI più questo programma per le motivazioni già esposte nel precedente articolo, ossia perché lo ritengo una discutibile carrellata di casi umani che poco hanno a che fare con la letteratura e che fa assomigliare il programma a una 'mostra dell'assurdo' stile ottocentesco (venite a vedere la donna con due teste, la scimmia che parla e il nano superdotato che scrive con il terzo piede!) però è stato proprio durante il passaggio di consegne tra questi due programmi che è partita una di quelle frecce che PAM! hanno richiamato la mia attenzione portandosi via una buona mezza serata di ispirazione: il buon Fabio, interpretando quello che in fondo è anche il mio pensiero, domanda se esiste qualcosa di più noioso dell'autobiografia di qualcuno che non ha una biografia, essendo la maggior parte dei testi affrontati in Masterpiece 'documenti' autobiografici. Bella domanda, sottintende dei cojones che pensavo il conduttore neanche avesse. Al che risponde stizzosamente De Cataldo: 'Sì, esiste qualcosa di più noioso. Il fantasy!'

Tre tuoni. Due dita agli occhi, un sospiro; il brivido che corre lungo la mia schiena mi permette appena appena di udire la precisazione di De Luca: 'Fì ne fiamo ftati praticamente fommerfi e li abbiamo baftonati tutti'.
Uhm. Terminata una lunga serie di imprecazioni non riportabili in questo articolo, mi domando, perché precisarlo in prima serata? Perché porre l'accento proprio sul fantasy? Becera provocazione? Siamo un bersaglio facile? Mi ci sono arrovellato il cervello, arrivando all'unica possibile conclusione: i suddetti giurati hanno letto il mio precedente articolo su Masterpiece e si sono inaciditi contro il fantasy, sentendo il bisogno di difendersi. Sì, magari... è che proprio tutto il mercato indipendente, quello fantasy in testa, si è sollevato nella scorsa settimana contro questo supposto talent, più supposto che talent. Tra forum, blog e articoli, Masterpiece è stato BASTONATO per la pessima impostazione spettacolaristica che gli è stata data. (Il coach? Che dannatamèrda è un coach in un talent letterario?). Hanno capito che c'è stato un moto di disgusto nei confronti della 'becerazione' della letteratura da loro praticata e hanno trovato un modo stupido e inefficace di difendersi. Temo sia stata solo una imprecisa provocazione alla Maria Filippae per fare un po’ di baruffa e qualche ascolto in più, visto che il programma non può offrire molto altro e si ostina a non parlare di libri.
Più probabile. Occorre tuttavia fare alcune precisazioni, ora e per sempre.
(si sgranchisce le dita)

Esiste molto pessimo fantasy? Certo che sì, così come esistono molti pessimi romanzi di QUALSIASI altro genere, pubblicati o meno, ma criticare tutto un genere è un atto di palese ignoranza e razzismo artistico, come dire 'sono contrario alla poesia e alla narrativa di guerra'. Che vuol dire? Niente, è aria che passa attraverso le corde vocali senza un'apparente ragione, ma se lo fa un passante alcolizzato è tollerabile, se lo fai in prima serata no.
Quando aprite un romanzo d'intrattenimento, Fantasy, Sci-fi, o steampunk o quello che sia, domandatevi SEMPRE che non ci sia dell'altro dietro quello che leggete.
Smettetela di avere una pessima opinione della letteratura, e in generale dell'arte, d'intrattenimento: i Western di Sergio Leone non sono solo Western, alla stessa maniera 'Il signore degli anelli' non è solo un fantasy e neanche 'A Game of Thrones' o 'Death Gate' o 'Guerre Stellari'. Sono epica, epica e ancora epica! È la continuazione naturale del cadavere di Ettore trascinato intorno alle mura da Achille incazzato nero, è Giasone che si sente inadeguato alla missione che gli è stata affidata, è 'Sono tuo padre Luke' e 'Winter is coming' e 'Ehi tu porco levale le mani di dosso!' o 'Da un grande potere derivano grandi responsabilità'. L'epica è più reale di tutte le vostre personalissime seghe mentali autobiografiche, perché è universale e universalmente applicabile.
Voi parlate di Fantasy come se qui ci stessimo tirando le seghe sugli unicorni e le fatine, ma domandatevi sempre se un romanzo non vada oltre il genere lettarario che lo imbriglia. Dannazione, io li abolirei i generi letterari: un vero autore non scrive generi, scrive romanzi, libri, scrive storie, e puoi ambientare una storia sotto casa tua o in un mondo parallelo e satanico, la sua qualità dipende da quello che succede, dai simboli che usi, dall'astrazione, dal fornire più chiavi di lettura possibile, dal fornire, perdindirindina, un esempio! Positivo o negativo che sia. E in questo il fantasy è insostituibile.
La qualità di un romanzo va oltre il suo genere e se non sei in grado di riconoscere il genio, al di là del genere, stai facendo un pessimo favore a te stesso. Con questo discorso anche 'Romanzo Criminale' dello stesso De Cataldo potrebbe essere definito un altro di quei noir mezzi poliziotteschi'.
Invece penso che sia un buon romanzo. Intriso d'Epica. Quasi un fantasy.



Scritto da Walt Popester, autore di 'Dagger – La luce alla fine del mondo'. http://tinyurl.com/Walt-Popester-Dagger

martedì 19 novembre 2013

Angolo al veleno: Masterpiece


Oggi parliamo di Master chef. Cioè, scusate, Masterpiece. Il programma televisivo che si pone come obiettivo quello di trovare il nuovo supertalento letterario italiano, applicando le regole di un qualunque talent show, o forse appunto di un talent culinario dove gli aspiranti cuochi vengono presi più o meno letteralmente a pesci in faccia. In nome della trasparenza ammetto di aver avuto dei pregiudizi nei confronti di questo programma già prima che iniziasse, solo a guardare la pubblicità, eppure devo ammettere che assistendo alla prima puntata tutti i miei pregiudizi sono stati confermati e se ne sono aggiunti persino degli altri. Il vincitore vedrà il romanzo pubblicato da 100.000 copie da Bompiani. Di per sé, un romanzo con una tiratura simile alla prima edizione difficilmente potrà essere innovativo o rivoluzionario. Semplice constatazione di fatto. Questi ultimi fenomeni nascono dal basso: la crisi del cartaceo non permette alle case editrici del settore di pubblicare alla prima edizione 100.000 copie senza poter offrire la qualità, o la non qualità, di uno dei romanzi che, appunto, vendono 100.000 copie al giorno d’oggi. Quindi la mia sfera magica mi suggerisce che questo programma non partorirà una Rowling, un Martin, un King o un Camilleri. Ergo fate scorte per l’inverno e preparatevi ai nuovi sentimenti precotti del nuovo Fabio Volo.

La pubblicità ci ha martellato per mesi con il fatto che questo è ‘Il primo talent al mondo dedicato alla scrittura’. E perché è il primo? Perché è SBAGLIATO dedicare un talent alla scrittura. Obiettivamente, scrivere è un’arte a sé stante, ma non per lo snobbismo insito in chiunque scrive o crede di scrivere: la scrittura è l’unica arte che non si svolge in pubblico, e non può svolgersi in pubblico, ma nell’intimo del proprio buio scantinato, più o meno metaforico, dove ogni autore si ritira quando può per prendersi il suo tempo dal mondo, sorseggiare il proprio tè, mettere le mani sulla tastiera e osservarle mentre queste iniziano a muoversi da sole, inconsciamente, mettendo in parole i concetti assurdi che affiorano da quell’area nascosta della mente dove giace il nostro inconscio, i nostri sogni, i nostri incubi, le nostre peggiori paure e ciò che ci rende felici. Non è cantare, non è ballare, dannazione non è neanche dipingere o girare un film o scattare una foto. Scrivere è una delle forme più perverse di autoerotismo, e come tale si deve svolgere a tu per tu con se stessi.

Voi direte: ‘vabbè, ma cosa vi aspettavate da un talent?’ Uhm. È che forse si poteva fare qualcosa di diverso, diciamo più decente e dignitoso per gli argomenti trattati, per i giurati che vi partecipano, per gli stessi casi umani. Già. Perché durante tutta la prima puntata assistiamo proprio a una lunga carrellata di casi umani, e non autori, come se il programma cercasse in qualche modo di far simpatizzare il pubblico con questi piuttosto che con quello che scrivono. Quello che appare subito lampante infatti è che le LETTERE, ossia ciò che questi individui per quanto strampalati hanno scritto, vengono messe in un angolino, trattate come un'eventualità necessaria di cui parlare dal momento che il talent è letterario. In confronto a Masterpiece, Amici di Maria Filippae ha persino una sua logica.

Il primo autore è per sua ammissione un disadattato, depresso cronico, con due TSO alle spalle, ossia Trattamento Sanitario Obbligatorio, ricovero coatto disposto nei confronti di pazienti psichiatrici acuti, o che hanno tentato il suicidio o, per definizione, infetti e pericolosi per la comunità. Ha tutta la mia simpatia da professionista sanitario, ma si capisce quello che ha scritto? NO! Neanche un abbozzo di sinossi, o venti secondi per dire: il libro parla di questo, che succede a questo. Niente. Il buio. Il vuoto.

Con la seconda autrice arriva il primo ‘fantasy’, la storia di una ‘quercia che si reincarna in una ragazza di provincia’ impersonando le sue qualità. Uhm. Ok. La parola fantasy è una cosa seria. Lasciamo perdere le sue mille declinazioni, tra Dark e Epic, ma una storia del genere per considerarla fantasy dovremmo prima assumere una lunga serie di sostanze dalle sigle strampalate. Poi, forse, potremmo definirla fantasy insieme all’elefante rosa che ci sta accanto. Certo, prima di giudicare dovremmo leggerla, ma il programma ci fornisce qualche elemento? Ci dice qualcosa? Una sinossina? NO! Ci parla della sua autrice. Di nuovo. Un’operaia sulla quale la trasmissione cerca di affibbiare tutti i luoghi comuni sugli operai: ossia tornano a casa con la schiena rotta e non hanno il tempo di scrivere. Lo trovo socialmente razzista, e non sto parlando come nobile figlio di nobili. Al che la donna si difende dicendo che invece di fumarsi una sigaretta sfrutta i 15 minuti della pausa per scrivere. Ca££ata pazzesca, buttata lì per non far incazzare i giurati quando invece sarebbe stato più consono rispondere con: ‘Ma che ne sapete voi?’ Ora, senza tirare in ballo la fisiologia, di solito per riscaldare le mani e i centri nervosi che si occupano della nobile arte dello scrivere, e soprattutto per separare i due mondi, quello fuori e quello dentro, ci vuole un po’ di tempo. Tralasciamo le fisime che ogni scrittore ha: ossia la luce giusta, la giusta posizione sulla sedia, la giusta dose di riposo, lo stomaco pieno o vuoto, quanto zucchero nel caffè e via dicendo. Quello che in questa descrizione del modus operandi manca è il semplice riscaldamento. Ne hanno bisogno i muscoli, ne ha bisogno anche un cervello che si appresta a scrivere. La concorrente viene comunque ammessa e liquidata con un ‘credo che una donna debba scrivere di queste cose’, un commento di un sessismo inquietante, ma coerente con il razzismo sociale di prima.

La terza candidata viene liquidata con: ‘se esistesse un premio per il peggior romanzo il tuo lo vincerebbe’, detto da uno dei giurati. Questo è sbagliato. Uno scrittore, per quanto bravo, non può cadere così in basso da dire una cosa simile a quella che di per sé si presenta come una wannabe, un’esordiente. Giusto per far assomigliare un po’ il programma a Master Chef? A voi l’ardua sentenza.
La quarta dà ragione al giurato che la manda in pratica a quel paese. Bah.

Il quinto è un ex galeotto che si proclama innocente, il sesto ha tutti i suoi problemi stampati in faccia, il settimo è vergine, solo, e definisce la bella giurata moretta, Diana Ross. Sospiro. Il programma gioca con i sentimenti, dopo il fantasy anche Diana Ross...
Arriva il romanzo autobiografico dell’anoressica, figurati, che permette alla bella moretta di dire ‘anche io ho sofferto di anoressia’. Pubblicità indiretta? A parte De Cataldo, che ha realizzato quel mastodonte di ‘Romanzo Criminale’, epica applicata alla criminalità, io mi sono domandato chi fossero gli altri per giudicare chi avevano di fronte.

La fisioterapista! Evvai, finalmente una persona ‘normale’! Seccata subito e massacrata dai giurati senza che lo spettatore avesse neanche il tempo di capire di cosa si stesse parlando.
Arriva quello che se n’è andato via da casa e vive per strada, maladolescente incompreso fuori tempo massimo, visibilmente trentenne, con un diario pieno di riferimenti sulla vita di strada che guarda talmente tanto alla letteratura beat da farti dire: ‘AAAAAAAAAAAAHHH!!!’ Se non altro stavolta il romanzo è stato esaminato in maniera ‘un pochino’ esaudiente. Il candidato poi si rovina parlando del ‘fiume di apocalypse now che porta verso la follia’. Non sei un regista. Sei uno scrittore. Forse stavi parlando del fiume di ‘Heart of Darkness’ di J.Conrad.
Quello che fa venire la pelle d’oca è che i candidati sono sempre d’accordo con i giurati. NO! Lo scrittore non accetta tutto quello che gli viene detto solo perché chi lo dice si trova sopra di lui. Dov’è il confronto, dov’è la giusta presa di posizione? Anche gli Amici di Maria Filippae in confronto sembrano avere i cojones!
La tempistica del programma. Pessima: si capisce quali sono gli autori che verranno bastonati dal momento che vengono ‘presentati’ in tre virgola due secondi, levando tutto il pathos del ‘per me è sì, per me è no, per me è nel pozzo con la bestia!’. La prova del ‘mezz’ora per scrivere’ è meravigliosa. Cos’è un tema a scuola o una gara di velocità? Una prova da talent, appunto. Sarei proprio curioso di vedere cosa avrebbe scritto Mario Puzo in mezz’ora, davanti a una telecamera, con le persone che ti guardano, sicuro che poi dovrai leggere ad alta voce. Ti renderà così nervoso da scrivere una ca*ata pazzesca. Poi arriva il minuto in ascensore con l’editrice, in un clima da giochi senza frontiere, definito ‘l’elevator pitch’ giusto pe’ fa’ l’americani, un minuto per parlare della propria opera. In ascensore. Nella Mole. La televisione richiede spettacolo, davvero, ma non siete in prima serata. Siete in seconda serata, quindi avete sbagliato pubblico, rete, pianeta: il vostro pubblico è composto infatti da: gente che ha difficoltà a prender sonno dopo aver lavorato la notte precedente, come me. Gente che di solito comunque dorme poco, come me. Gente che scrive e che vuole vedere che razza di casino avete combinato, come me. Chi vi guarda, quindi, chiedeva un certo spessore. Un po’, come ci si aspetta da un programma di raitre, dopotutto.

Il programma è il male, perché alla fine quello che rimane impresso, in parte, sono le storie personali degli autori e non ciò che scrivono, appena appena accennato. Non si poteva fare altrimenti in un programma televisivo? I tempi della televisione non si sposano con quelli della letteratura? Sono d’accordo. Sì, sono d'accordo. Quindi RINUNCIATE! In un talent dove i 'cagnolini ammestrati' ballano e cantano, posso almeno sentire e vedere quello che fanno i concorrenti e mandare a ca+are i giurati se non sono d’accordo.
Qui non si ha la più pallida idea di cosa stiano parlando giurati e candidati.


Scritto da Walt Popester, autore di 'Dagger – La luce alla fine del mondo'. http://tinyurl.com/Walt-Popester-Dagger



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